Ad Est della Cinepresa

Sguardo disincantato al cinema asiatico

Glory to the filmaker, di Takeshi Kitano

FirestormDivertissement prodotto dall’autore iperviolento, criptico ed intimista che è Takeshi Kitano, in linea con un’altra delle sue opere Getting Any (da lui abiurata), siamo immersi in situazioni paradossali, citazioni autoreferenziali, citazioni di altri registi, ed ironiche prese per i fondelli.

La storia è incentrata su un Takeshi Kitano stufo di girare sempre film violenti e propenso a cambiare genere, con lui vi è un bambolotto gonfiabile, sua controfigura quando le cose si mettono male, per esempio come andare a fare una tac all’Ospedale…Da questo momento parte un viaggio ironico, buffo e glorificante, scimmiottando un film alla Ozu in puro stile giapponese classico, tra taverne, vita familiare, ed una inconsistente incapacità del Kitano nazionale di interagire nell’opera.

Eccolo il trait-d’union di tutti questi segmenti, l’incapacità del Kitano di saper recitare o di stare nella parte, scene drammatiche diventano ilari, la sua stessa apparizione in un segmento trasforma il tutto in un  paradosso tra l’onirico ed il fantozziano. E con lui sempre questo bambolotto, suo alter ego, compagno, e vero protagonista dell’opera.

Il comico Takeshi tenta di fare un film horror, in stile Ring o Hollywood movie ? con una maschera del No come protagonista, voilà si cade nel ridicolo, o nel chiedersi perché c’è sempre una bella ragazza semi svestita che urla in questi film. Altro giro, altro Takeshi questa volta uno che cerca di girare un film sul Giappone che fu, quello della sua infanzia, e qui esce la grande capacità dell’artista nipponico di riuscire a mettere a nudo, anche quando vuole fare ridere,  la rudezza di quel periodo: la violenza latente, e la povertà imperante. No, è meglio non produrre un film troppo realista.

Ed infine siamo al film di fantascienza, in stile Armageddon dei poveri, ed in Bruce Willis in panciolle, dove la linearità degli eventi narrati viene meno grazie a personaggi astrusi ed assurdi, mentre gli sviluppi seguono chiaramente un film da parodia, il tutto accompagnato da scene che ricordano sequenze deformed dei manga.

Non è importante cosa voglia raccontare Takeshi Kitano, come padrone di casa ci guida all’interno delle sue stanze, stanze che sono l’umorismo, il paradosso, e la sua libertà intellettuale, può essere un problema, anzi sicuramente la cosa può stufare, visto che il film è anche abbastanza lungo, ma questo – mi piace pensare – è più un’opera rivolta ai suoi fan più stretti, a chi piace il suo modo di usare sequenze incentrate su inquadrature che paiono dilungarsi troppo nel tempo e nello spazio.

In realtà una weltanschauung c’è, la si deve trovare nella scena finale, la si deve trovare nella difficoltà di saper dare un’anima ad un film, e quindi grazie e gloria ai cineasti capaci di partire da presupposti che paiono alle volte delle complete idiozie per raccontare lo scibile dei sentimenti umani.

regia: 7½
sceneggiatura: 6¼
recitazione: 7¾
7.2

link imdb

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Questa voce è stata pubblicata il 18 febbraio 2015 da in cinema, comedy, japan, recensione con tag , , , , , .
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