Ad Est della Cinepresa

Sguardo disincantato al cinema asiatico

Recensione: Nomadland, di Chloé Zhao ★★★★

Una prima parte che dà l’impressione del cinema vérité, quel cinema documentaristico che serve per qualificare e quantificare la società e gli ambienti che ti circondano, una seconda parte che si trasforma nel puntellare le certezze della protagonista non senza qualche considerazione che sa di rammarico.

Chloé Zhao ha detto di ispirarsi a Cuaron e Ang Lee, in parte per la loro capacità di saper gestire contemporaneamente film dal grosso budget e dalla grossa crew con film più minimali e più personali, per certi versi ricorda il compulsivo Wong Kar-wai nel creare linee analitiche che si disperdono nel flusso degli eventi.

Un uso della cinepresa senza astrusi virtuosismi barocchi, ho notato due carrellate laterali di pochi secondi di altissima intensità, una presenza ficcante ed invasiva di handycam, prive però di sfarfallamenti, una scelta di piazzare le macchine da presa in posizione neutra, cioè ad altezza occhi, con eleganti campi lunghi ripresi dal basso che ricordano il concetto di Rossellini della manifestazione del “reale aperto”.

Chloé Zhao è una tuttofare, montaggio, produzione, regia e scrittrice, questo le permette di tenere sotto controllo il film e muoverlo verso la direzione che le interessa anche se quello che racconta ha profonde inclinazioni.

Siamo negli Stati Uniti che cominciano a dismettere le loro fabbriche e le loro miniere, sviluppo tecnologico e delocazione la fanno da padrone, la conseguenza diretta è la creazione di nuovi disoccupati non troppo giovani e nemmeno troppo anziani.

In un paese che ha fatto la sua fortuna sulle carte di credito, questi lavoratori a tempo determinato che sono costretti a spostarsi da nord a sud, da est ad ovest, non possono permettersi case, appartamenti in affitto, si muovono in van e caravan, quasi come se fossero le vecchie carovane del far west.

La regista non cade nella tentazione di caratterizzare i personaggi attraverso la lente del melodramma, anzi grazie ad una Frances McDormand straordinaria, scopriamo che è il non riconoscersi in un sistema che continua a dare un prezzo alle persone e del conseguente posizionamento sociale che ne deriverebbe, a costringerle a defilarsi.

Perché i valori quali il lavoro, la famiglia che ti crei, il rispetto per quelli che ti circondano, sono imprescindibili e definiscono l’individuo a priori.

Ed è questa la direzione che la regista sceglie di dare al suo film, trasformando questo lavoro dalle forte tinte sociali, in un universale richiamo alla natura dell’uomo.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 Maggio 2021 da in 2021, cinema con tag , , .
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